seo white hatIl dibattito sull’etica del SEO è una delle discussioni più controverse che si possano leggere sui blog e sui siti specializzati. Per semplicità si tende a dividere la macrocategoria dei SEO in due sottocategorie: quella dei white hat, che comprende coloro che cercano le strade più legittime e pulite possibili per raggiungere gli obiettivi, e quella dei black hat, che invece tendono spesso ad aggirare le regole del vivere civile del web e cercano di sfruttare delle falle dei motori di ricerca per ottenere un vantaggio sui competitor nelle SERP.

La metafora del “cappello” (hat) è mutuata dal mondo degli hacker, dove chi era mosso da intenzioni poco virtuose era etichettato come un “black hat hacker”, a differenza dei “white hat hacker” che cercavano le falle dei sistemi per puro divertimento o per studio.

Nel mondo della SEO, le pratiche black hat sono sia onpage che offpage; Google riesce ad individuarne alcune, ma nella maggior parte dei casi chi ricorre al cappello nero ben conosce i rischi che corre. Le pratiche black hat più diffuse sono:

  • cloaking, ossia mostrare al motore di ricerca un contenuto differente rispetto a quello che vede l’utente;
  • keyword stuffing, che consiste nel riempire una pagina di testo contenente le keyword per le quali si vuole ottimizzare la pagina, nella convinzione (ormai superata) che una maggiore densità di keyword favorisca il posizionamento;
  • doorway pages, ovvero pagine prive di contenuto create per essere indicizzate dai motori e “spingere” altre pagine interne del sito;
  • testo e link nascosti, utilizzando i CSS e proprietà quali display:none o colorando il testo come il background;
  • spam sui forum e sui blog, sfruttando i pochi blog e le poche piattaforme che non prevedono un attributo “rel=nofollow” all’interno dei link in uscita nei contenuti riservati ai visitatori.

Perché sono critico nei confronti del black hat e preferisco, invece, sperare di ottenere risultati in trasparenza?

Tutto nasce dall’obiettivo ultimo del nostro lavoro: portare risultati concreti al cliente. La fretta è una cattiva consigliera, e ottenere risultati strepitosi in poco tempo può essere esaltante per entrambi nel breve termine.

Tuttavia, gli algoritmi di Google sono sempre più sofisticati, ed è sempre più difficile farla franca: una penalizzazione da parte di Google significa rovinare un’attività, perché le penalizzazioni vanno dal perdere decine di posizioni nella SERP (e quindi rendere concretamente irrisoria la possibilità di una visita e di una conversione) all’essere cancellati dall’indice. E gli unici responsabili saremmo noi, che abbiamo voluto rischiare sulla pelle di qualcuno che si fidava.

Mettiamo anche il caso che Google non si accorga e non ci penalizzi: che succede se il blogger sul quale abbiamo fatto affidamento per la nostra attività di link building decide, da un giorno all’altro, di aggiornare la piattaforma e inserire il nofollow su tutti i link in uscita nei commenti?

Stesso discorso per i forum: se la nota piattaforma che permette di iscriversi e pubblicare link e testo libero sul profilo rilascia un aggiornamento inserendo il nofollow, che ne sarà dei nostri risultati lampo? Saranno sì ottenuti in pochi giorni, ma rischieranno di essere spazzati via in altrettanto tempo.

Ecco perché preferisco, quando possibile (e quando non si hanno di fronte mission impossible legate ad obiettivi iniziali poco realistici), utilizzare solo tecniche white hat, che mi permettano di ottenere link tematizzati e in contesto verso pagine ottimizzate nel modo più lecito e scrupolosamente “white” possibile: non tanto per la coscienza (o anche per quella, ma in misura minore), quanto piuttosto perché sono convinto che i risultati più stabili e duraturi siano quelli ottenuti con fatica e in modo pulito, più lentamente, ma attraverso una strategia di link building e un’ottimizzazione SEO onpage solida e ad ampio respiro.

E, credetemi, sono i risultati a darmi ragione. Voi che ne pensate?